Spettacoli

Médée – Teatro alla Scala, Milano

Dopo sessantatré anni torna alla Scala Médée di Luigi Cherubini

“Il tempo è un gioco, giocato splendidamente dai bambini” ci ha lasciato scritto Eraclito, ed è proprio come se nessuno avesse voluto in questi sessantatré anni rompere quel meraviglioso e perfetto giocattolo che era il connubio Maria Callas, Medea e Scala. Serviva allora un forte cambio di rotta, registico ed interpretativo per consegnare alla contemporaneità una nuova lettura del capolavoro di Cherubini che non fosse imbrigliabile in scomodi ed inopportuni paragoni con il passato. Una operazione che parte dalla scelta della versione originale in lingua francese dell’opera e prosegue con la decisione di affidare la regia a Damiano Michieletto. L’artista in questi anni è stato spesso protagonista alla Scala di spettacoli che hanno sempre diviso il pubblico e quest’ultimo suo lavoro a sentire i commenti in sala non fa eccezione. Diciamolo subito, questa Medea può essere apprezzata ed amata solo a patto di rinunciare fin da subito all’idea del mito, Medea non è più una potente maga ed eroina della classicità  ma semplicemente una donna tradita, calata in un contesto borghese e vittima della società. Unica concessione alla classicità è un verso della tragedia di Euripide: “Non cè più la casa: questi affetti sono già dispersi” che compare ad apertura di sipario e ci fa entrare nella tragedia. 

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Marina Rebeka, Ambroisine Bré, Elisa Dazio e Thomas Nocerimo

L’azione si svolge infatti proprio in una casa, un lussuoso appartamento dalle pareti violetto, scene a cura di Paolo Fantin, e, sul fondo della scena, una porta si apre sulla stanza dei figli di Medea e Giasone, tutto è intriso di una certa normalità, il vello d’oro è diventato, ad esempio, un prezioso soprammobile. Una macchina scenica  perfetta nei movimenti e costruita con grande sapienza, dove nulla è lasciato al caso ma che sfrutta forse una ambientazione troppo generica e poco caratterizzata. Indubbiamente abbiamo apprezzato alcune trovate riuscitissime come il carbone, che fin dai primi momenti sporca la scena e che cadrà alla fine letteralmente dal cielo ad inondare la scena, per evocare il grande rogo che caratterizza il finale dell’opera. Bella e tecnicamente complessa la scelta di aprire una crepa che sgretola il muro dove la maga poco prima aveva scritto con il carbone “maman vous aime”. Il mondo di Medea si decompone letteralmente, nella mente della maga e anche sul palco. Con la decisione finale di uccidere i figli, la reggia stessa, simbolo della unione matrimoniale, crolla. Infine i figli, appunto, che in questa rilettura diventano veri e propri protagonisti, a loro sono infatti completamente affidati i recitativi, registrati e parlati in francese, drammaturgia a cura di Mattia Palma, un punto di vista inedito, un modo per calarsi nella mente di bambini vittime della madre. Anche in questo caso, però, va sottolineato come i testi e le frasi siamo intrensicamente moderne, lontane dal libretto settecentesco e ancora di più dalla tragedia greca, si crea così una sorta di innaturale scollatura fra la parola e la musica. Abbiamo comunque apprezzato la scelta di non inscenare un infanticidio ma di mostrare una sorta di magico sonno a cui Medea obbliga i figli, che rimarranno per sempre chiusi nella loro stanza, irraggiungibili per il padre ed il mondo intero, un finale delicato e di sicuro impatto. Riuscitissime le luci di Alessandro Carletti che proiettano spesso inquietanti ombre sulle pareti dai colori pastello. Non del tutto convincenti invece i costumi di Carla Teti, a partire dal non riuscitissimo abito con cui la protagonista si presenta in scena, sicuramente un adeguato segno del suo disagio mentale ma onestamente anche poco gradevole esteticamente, così come la camicia a fiori di Giasone. Uno produzione nel complesso riuscita ma, a nostro avviso, meno a fuoco rispetto, ad esempio, alla bellissima Salome dello scorso anno, pensata dallo stesso regista. 

Questa opera si regge per intero, tanto sotto il profilo scenico quanto quello vocale, sulle spalle della protagonista cui viene richiesto un impegno monstre per durata ed intensità.

Per l’atteso ritorno di questo titolo, il Teatro alla Scala decide di scommettere su Marina Rebeka, artista tra le più acclamate a livello internazionale. Mai scelta fu più felice, a giudicare dal trionfo personale che accoglie il soprano al termine della “prima” di questa produzione. Rebeka arriva a questo appuntamento in forma smagliate e mette la propria luminosa vocalità al servizio della scrittura di Cherubini, ottemperando a tutte le difficoltà della parte con duttilità e precisione esecutiva. La compattezza di uno strumento ben sostenuto e tecnicamente ferrato assicura la fermezza di una linea che, spesso sollecitata nella zona di passaggio, si mostra salda e vibrante, tanto nel registro centrale, ampio e sonoro, quanto nella regione superiore, ben proiettata e penetrante. Anche nelle pagine di puro declamato, come ad esempio il finale secondo, Rebeka sfodera un registro grave naturale e privo di forzature che assicura l’esecuzione entro i confini di una manifesta eleganza. Sotto l’aspetto interpretativo, poi, l’artista sembra totalmente coinvolta nel progetto registico di Michieletto e nella magistrale caratterizzazione di una donna che è, ad un contempo, abbandonata dal marito e alla quale si vogliono sottrarre i figli. Rebeka lavora sull’accento con fine cesello ed ecco, allora, compiersi dinanzi agli occhi dello spettatore, tutta l’evoluzione psicologica racchiusa nella grande personalità di Médée: amore, delusione, rabbia, finzione, desiderio di vendetta e furia omicida in un crescendo emotivo che non può di certo lasciare indifferenti.

Il 23 di gennaio, abbiamo rivisto lo spettacolo ed il ruolo del titolo veniva sostenuto da Claire de Monteil che sostituisce Marina Rebeka, assente per il perdurare di una indisposizione che l’ha colpita in questi giorni. Il soprano francese, cover della titolare del ruolo sin dal periodo di prove della produzione, sigla, così, il suo esordio sul palcoscenico del Piermarini (a onor del vero segnaliamo che aveva già sostenuto il ruolo alla generale). L’artista sfoggia una vocalità dal timbro chiaro e complessivamente ben impostata. Nell’essere madrelingua francese, poi, il soprano riesce a padroneggiare il fraseggio con dovizia di sfumature e, più in generale, risulta agevolata nella articolazione della frase. Tolto ciò, tuttavia, questo ruolo richiederebbe maggior peso specifico, una più spiccata incisività e, soprattutto, efficacia complessiva che qui sembrano latitare sino a rendere il personaggio di fatto solo approssimato nella sua caratterizzazione. Anche da un punto di vista scenico, riconosciamo un giusto coinvolgimento nel progetto registico di Michieletto ma sarebbe lecito aspettarsi una presenza più carismatica. In definitiva, trattandosi di una sostituzione last minute, sospendiamo in parte il giudizio e premiamo il coraggio dell’artista che, avendo dato prova di massimo impegno, merita senza dubbio i calorosi applausi del pubblico. Resta, in ogni caso, una sensazione generale di una occasione mancata, specie se si pensa che abbiamo atteso oltre mezzo secolo per il ritorno di questo titolo sul palcoscenico scaligero.

Il resto dal cast si attesta, pur nella correttezza complessiva, su di un gradino inferiore.

Stanislas De Barbeyrac presenta una vocalità tipicamente bari-tenorile. Al di là del suggestivo colore e del timbro chiaroscurale, lo strumento mostra talune incertezze, specie nella salita al registro superiore dove si colgono occasionali forzature. Da un punto di vista interpretativo, questo Jason rimane abbozzato e piuttosto generico nell’accento. Da segnalare, in ogni caso, la disinvoltura dei movimenti scenici, soprattutto nel drammatico finale.

Nahuel Di Pierro, conferma anche in questa occasione l’eleganza esecutiva che ben conosciamo. La linea appare meno voluminosa in forza, probabilmente, di una scrittura che insiste spesso sul registro grave e che non riesce, dunque, a mettere ben in evidenza tutte le peculiarità della vocalità del basso argentino. Il Créon di Di Pierro viene sbalzato, coerentemente con il disegno registico, soprattutto nella indifferenza di un leader teso a preservare l’ordine morale della comunità.

Martina Russomanno dona a Dircé la freschezza di uno strumento caratterizzato da pregevoli limpidezza e morbidezza. L’aria di primo atto viene affrontata con sicurezza sebbene la salita all’acuto non sia priva di tensione. Elegante e raffinata la presenza scenica, ben sottolineata dalla candida veste indossata.

Ambroisine Bré, con il suo timbro screziato e delicatamente ambrato, incarna una Néris appassionata e teneramente devota. Molto ben riuscita, grazie ad un bel gioco di contrasti, l’aria di secondo atto, ottimamente accompagnata dal fagotto in buca. Pregevole, anche nel suo caso, la disinvoltura dei movimenti sulla scena.

Di buon livello il contributo di Greta Doveri e Mara Gaudenzi, le confidenti di Dircé, entrambi ben a fuoco ed incisive tanto sotto il profilo vocale quanto sotto quello scenico.

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Marina Rebeka e Stanislas de Barbeyrac

Brilla, sul podio, la direzione del Maestro Michele Gamba che riesce a trovare l’equilibrio ideale tra sonorità tipicamente neoclassiche e dinamiche protoromantiche. Ogni pagina della partitura viene affrontata con meticolosa cura e sbalzata con la giusta intensità espressiva. Il gesto di Gamba sembra andare in perfetta simbiosi con il progredire della vicenda, in un vortice emotivo scandito da ritmi serrati e concitati che assicurano una indubbia teatralità al racconto musicale. Percettibile il lavoro compiuto sulla orchestra scaligera che qui ritroviamo in una forma smagliante. Le pagine di stampo sinfonico, come l’ouverture, il preludio che introduce il secondo atto e, soprattutto la tempesta in apertura dell’ultimo quadro, sono ricche di contrappunti e sfumature, minuziosamente definitive nei loro contrasti che ben riflettono gli improvvisi, quanto profondi, continui mutamenti di emozioni e sentimenti della protagonista nel corso della vicenda.

Magistrale, inoltre, e come di consueto, la prova del Coro del Teatro alla Scala diretto superbamente da Alberto Malazzi. Notevole, oltre alla intensità degli interventi vocali, la totale immedesimazione delle masse sulla scena.

Alla prima, questa produzione viene salutata da un convinto successo che si tramuta in autentico trionfo all’apparire alla ribalta di Marina Rebeka e di Michele Gamba. Per il team registico invece il pubblico è diviso: contestazioni ed acclamazioni.

Alla recita del 23 gennaio si registra un buon successo personale per Claire de Monteil, premiata dal pubblico per questo ardito, quanto inatteso debutto.

MÉDÉE
Opéra in tre atti
Libretto di François-Benoît Hoffman
Musica di Luigi Cherubini

Médée Marina Rebeka (14.01)/Claire de Monteil (23.01)
Jason Stanislas de Barbeyrac
Créon Nahuel Di Pierro
Dircé Martina Russomanno
Néris Ambroisine Bré
Confidantes de Dircé Greta Doveri, Mara Gaudenzi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgia Mattia Palma

Foto: Brescia/Amisano – Teatro alla Scala