L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Chiari di luna

di Roberta Pedrotti

Un cast ben assortito sostiene le sorti di Norma, che torna a Parma dopo ventun anni in una produzione non sempre convincente quanto a regia e resa dell'orchestra.

PARMA, 18 marzo 2022 - Erano ventun'anni che Norma non si vedeva al Regio di Parma (e non si può dire che allora sia andata benissimo), già allora ne erano trascorsi diciannove dalla precedente. Norma fa paura, si sa, per i troppi fantasmi divini, superbi, stupendi che la circondano, anche se per fortuna i cicli storici cambiano e il capolavoro di Bellini ha almeno tre distinte occasioni in Italia nel 2022: Torino e Parma con i teatri emiliani, poi in autunno OperaLombardia con Brescia capofila.

Bene, anzi benissimo, giacché ogni locandina ha belle frecce al proprio arco per solleticare l'interesse senza angustiarsi nella nostalgia. In questo caso, a Parma, l'attrattiva e le soddisfazioni vengono dal cast, capitanato dall'attesissima Angela Meade nel ruolo eponimo.

Il soprano statunitense si trova nel suo elemento d'elezione e, dopo aver lasciato adito a qualche perplessità interpretativa nel Simon Boccanegra di ottobre [leggi la recensione: Parma, Simon Boccanegra, 09/10/2021], sfodera dizione chiara e piena autorevolezza. Il belcanto drammatico la vede a proprio agio, le permette di dispiegare una voce ampia, morbida facile sfoggiando senza sforzo il bel registro grave che queste scritture esigono, così come un eccellente controllo dinamico nel declamato come nei filati e nei legati. In acuto si avverte un po' di tensione con lo stringersi del vibrato, ma, venendo anche da un autentico tour de force genovese come Anna Bolena [leggi la recensione: Genova, Anna Bolena, 27/02/2022], è davvero rilievo da poco, pochissimo in una prova che con aggiornata consapevolezza riverdisce i fasti tradizionali di sacerdotesse d'Irminsul dalla vocalità imponente. Azzeccatissima è, poi, l'abbinamento con l'Adalgisa di Carmela Remigio, tanto più notevole se si pensa che Remigio fu ideale novizia anche per una Norma affatto diversa da Meade: Mariella Devia. Non c'è piega del personaggio che non venga valorizzata nel definire il connubio adolescenziale fra ingenuità, disorientamento e orgoglio. Se la parte è scritta da Bellini per un soprano (e non un soprano qualunque: Giulia Grisi, di lì a poco la prima Elvira dei Puritani) la scelta del registro originale non dovrebbe aver bisogno di avvocati difensori, ma certo è che l'Adalgisa di Carmela Remigio, colore chiaro e tessitura lirica che ben si adatta anche alla sortita un po' più bassa, è fra le migliori dimostrazioni di quel che la partitura suggerisce nel rapporto vocale fra le due donne amate da Pollione. Questi è Stefan Pop, al solito ben sicuro e saldo, con adeguata ampiezza nel canto, solo un po' lezioso nella ricerca continua di effetti espressivi nella cavatina: intento lodevole, ma che giunge all'eccesso e scivola un po' verso il mezzo carattere, mentre nel prosieguo e soprattutto nel finale il tenore rumeno ha modo di farsi valere con giusta misura ed efficacia. Quale Oroveso, poi, Michele Pertusi è ancora una volta un emblema di gusto, contegno, nobiltà.

Maringela Marini e John Matthew Myers completano il cast come Clotilde e Flavio; il coro del Regio preparato da Martino Faggiani canta benissimo nonostante il suono un po' attutito dalle mascherine in “Guerra, guerra”. È la contingenza del nostro tempo e non ce ne lamentiamo perché l'arte è anche uno specchio del mondo che la circonda, ne riflette le difficoltà: anzi, così smorzato per precauzione sanitaria, l'inno bellicoso sulla scena, mentre in Europa si combatte e si bombarda, turba quasi di più.

Purtroppo, come già nella Favorita [leggi la recensione Parma, La favorita, 25/02/2022], in buca l'Orchestra Filarmonica Italiana non brilla, anzi. Povera colori e di definizione timbrica, appare spesso sfocata e faticosa, refrattaria a una fluida articolazione dinamica e agogica. Sesto Quatrini sul podio sembra voler giocare sui contrasti fra un clima corrusco e un'estasi lirica, ma l'effetto pare più quello di un elastico fra dilatazione e concitazione un po' arruffate in buca e sostenute dal valore dei cantanti.

Non convince nemmeno l'allestimento firmato da Nicola Berloffa (regia), Valeria Donata Bettella (costumi), Andrea Belli (scene) e Marco Giusti (luci), in cui tutto consiste nel collocare l'azione in pieno Ottocento. Divise e crinoline che, però, non trovano un senso drammaturgico, non ci dicono nulla di più sullo scontro di popoli, sul dilemma di Norma, sul triangolo con Pollione e Adalgisa. Ci dicono solo che invece di pepli, mantelli e armature vediamo crinoline e divise. Semmai balzano agli occhi le incongruenze (perché, per esempio, queste eleganti dame risorgimentali sarebbero vincolate da voto di castità?) o certi scivoloni nella recitazione (Norma che si assenta nel terzetto per riapparire brandendo uno spadone e Pollione che cerca di placarla con gesti da commedia; Clotilde che strattona i bimbi nel finale; le dame guardie del corpo della sacerdotessa nei riti lunari...). Alla fine qualche contestazione è più che giustificata, mentre fioccano vivissimi consensi per tutta la componente musicale.


 

 

 
 
 

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