Pesaro, Rossini Opera Festival 2023: “Eduardo e Cristina”

Pesaro, Vitrifrigo Arena, Rossini Opera Festival, XLIV Edizione
“EDUARDO E CRISTINA”
Dramma per musica in due atti di T.S.B. [Leone Tottola, Giovanni Schmidt, Gherardo Bevilacqua Aldobrandini]
Musica Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi, a cura di Andrea Malnati e Alice Tavilla
Carlo ENEA SCALA
Cristina ANASTASIA BARTOLI
Eduardo DANIELA BARCELLONA
Giacomo GRIGORY SHKARUPA
Atlei MATTEO ROMA
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno
Direttore Jader Bignamini
Maestro del Coro Giovanni Farina
Regia, scene, costumi, luci e coreografie Stefano Poda
Nuova produzione
Pesaro, 20 agosto 2023
«Di ragione il lume | dà il tempo alfine», dice l’austero sovrano-padre di Eduardo e Cristina, per riprendere gli eccessi languorosi della figlia. Effettivamente, anche Ernesto Palacio ammette che questa edizione del Rossini Opera Festival è un po’ “intellettuale”, visto che propone tre titoli del cosiddetto “Rossini serio”, senza concessioni alle opere comiche, o semiserie o, come le vuole oggi la maggior parte del pubblico, “divertenti senz’altro”. Del resto, dice lo stesso Sovrintendente, il compito del ROF è di fare conoscere il più possibile Rossini nel mondo, e quindi promuovere anche quei titoli meno noti in assoluto, come è il caso di Eduardo e Cristina, che per la prima volta appare (come n. 39 nel catalogo degli allestimenti) nella kermesse adriatica, in Italia in generale, e in prima assoluta per l’uso dell’edizione critica della Fondazione Rossini, di prossima pubblicazione. Grazie ad Andrea Malnati e Alice Tavilla, curatori di tale edizione, si sono demoliti moltissimi luoghi comuni sull’opera considerata nulla più di un pasticcio, centone, riciclaggio (lavoro, oggi si direbbe, di “copy and past”), che hanno mantenuto Eduardo e Cristina ai margini della Rossini renaissance per più di mezzo secolo. In realtà, il melodramma che andò in scena il 24 aprile 1819 al Teatro di San Benedetto di Venezia non fu affatto una successione di pagine scritte per opere anteriori, bensì un prodotto complesso, in cui si alternano molte musiche nuove e riscritture funzionali di musiche già scritte. Marco Beghelli, in un saggio magnifico del programma di sala, fa luce sul problema travisato degli “autoimprestiti” rossiniani, argomentando il carattere strutturale di stilemi, formule, cellule ritmiche ed embrioni melodici che percorrono tutta la produzione del pesarese, e che definire semplici riprese è decisamente riduttivo. Rossini lavorò piuttosto a memoria, recuperando discorsi musicali già preparati per altre occasioni, ma riscrivendoli da capo, con nuove soluzioni strumentali, armoniche e contrappuntistiche (e dunque, giacché dovette riscriverli passo dopo passo, con nuovi accorgimenti, dove sarebbe la troppo celebrata pigrizia del compositore?). Fortunatamente per le orecchie, un direttore intelligente come Jader Bignamini esalta la ricchezza sinfonica della partitura, sempre grazie alla destrezza, segno di una frequentazione ormai annosa con il ROF, dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. È una gioia riascoltare temi e sintagmi provenienti da Ermione, Ricciardo e Zoraide, Adelaide di Borgogna, Mosè in Egitto, riformulati per un’opera in cui la continua azione militare è sottolineata dagli effetti del tamburlan, imponente tamburo di guerra che Rossini utilizza soltanto in questa partitura (perché faceva parte dell’organico del teatro veneziano per cui fu composta). Il pubblico festeggia con entusiasmo la musica e la compagnia vocale, i cui protagonisti si distinguono per correttezza, professionalità, impegno. Daniela Barcellona, alla sua quattordicesima edizione del ROF (esordì nel 1996 come Elmira in Ricciardo e Zoraide) indossa le vesti di un nuovo personaggio en travesti – una costante delle sue presenze protagonistiche pesaresi -, con un Eduardo dalla voce sicura e ben proiettata, però priva di quello smalto mezzosopranile che aveva forgiato la sua ‘personalità vocale’. Non tanto la linea di canto, ma il timbro si avvicina a quello di un soprano, ovviamente molto solido nella zona bassa del pentagramma; la risonanza è assai diminuita (come nelle agilità della cabaletta «Come rinascere | vi sento in core», del II atto, quasi impercettibili), ma la prova dell’interprete scaltrita è comunque degna di memoria. Piena e decisa la voce del soprano fiorentino Anastasia Bartoli, conosciuta soprattutto per ruoli verdiani, che debutta al ROF come Cristina. Sempre convincente nel corso dell’opera, è magnifica nella scena finale della disperazione e della supplica (anche se, talvolta, a voler essere pignoli, si percepisce qualche acerbità). Enea Scala è perfetto nella parte di re Carlo di Svezia, sebbene la voce risuoni un po’ appannata rispetto al solito, come opacizzata; il porgere, il recitare e la forza drammatica sono pregevoli, ma forse il tenore era già concentrato sull’impegnativo recital dell’indomani. Poco accurata, invece, la linea di canto del basso russo Grigory Shkarupa, nella parte di Giacomo, mentre il secondo tenore, Matteo Roma, nel ruolo di Atlei, si misura con un’aria impervia, che rivela la disomogeneità dei registri, nella pur corretta impostazione tecnica. Molto buona, come sempre, la prestazione del Coro del Teatro Ventidio Basso, preparato da Giovanni Farina. A chi affidare il recupero scenico di un titolo gravato da tanti equivoci e luoghi comuni, in specie sulla presunta mancanza di originalità musicale? Magari a qualcuno solitamente poco interessato alle precise indicazioni di libretto e partitura, così da montare uno spettacolo indipendente e “altro” … Stefano Poda, anch’egli debuttante al ROF, pare ogni volta più giudizioso nel montaggio delle sue regie. Un tempo, infatti, il verbo che meglio si adattasse ai suoi allestimenti di opere serie era ‘maramaldeggiare’ (copyright illustre di Giorgio Pestelli). Ma con questo Eduardo e Cristina Poda è (quasi) un esempio di sobrietà e di rispetto per la musica! Peccato che la smania di introdurre gabbie costrittive e grappoli di umanoidi in perpetuo e frenetico movimento proprio non diminuisca … I protagonisti sono avvicinati e adescati da presenze ferine, come di morti mummificati, color sabbia, che si risvegliano da un gigantesco ossario e con cui lottano invano. Il sepolcreto di teche trasparenti crea la cornice architettonica dell’azione, in una specie di scena unica dall’atmosfera mortifera. Ma non c’è un vero studio registico sui singoli personaggi, tanto meno sui coniugi protagonisti; ogni volta che la musica si dinamizza, Poda ricorre piuttosto a movimenti di gruppo, facendo leva sui figuranti o sul coro. Nella marcia che introduce l’arrivo di Eduardo, i fastidiosi revenants (fantasmi dei nemici del regno? Ossessioni di morte o guerra?) avanzano da un lato del palcoscenico, cadono a terra uno dopo l’altro, strisciano, balzano come cavallette perniciose, seguendo lo slancio della musica; quando esauriscono lo spazio percorribile, ma la fanfara introduttiva non è ancora finita, fanno marcia indietro, tornano sul lato opposto e ricominciano da capo … Tali scenette, tutte salti e capriole, si ripetono anche nel Finale I, compromettendo gli effetti della parziale agnizione (e stancando un po’, per dir la verità, la pazienza del pubblico). Alla fine è uno scroscio di grandi applausi per tutti. Il regista non si affaccia, ma una nota sull’esito del suo lavoro è necessaria: i primi a raccogliere la reazione del pubblico sono i tersicorei di ferino aspetto, che suscitano le urla (di gioia) e i fischi (di ammirazione) della tifoseria più sviscerata, ossia della “generazione Z”. Nessun altro interprete riceve tale smaccata e selvaggia dimostrazione d’entusiasmo; anche questo è un segno di come si vada trasformando la percezione del teatro musicale. Eduardo e Cristina meritava sicuramente da parte del ROF un allestimento così ricco. Oltre alle considerazioni sulla musica, tutt’altro che occasionale o poco originale, anche il libretto di Schmidt (scritto per l’Odoardo e Cristina di Stefano Pavesi, 1810) e rabberciato da Bevilacqua Aldobrandini, pur nella sua pretenziosità lessicale e sintattica, non è poi così bislacco come le prime critiche dissero e come si continua a ripetere. Oltre a essere funzionale, è anche sintesi e premonizione di altri congegni narrativi, essendo in pratica fusione delle trame di Norma (la fanciulla protagonista che tutti ritengono pura si rivela sposa e madre, incorrendo nelle ire del padre-capo) e di Aida (l’eroe protagonista è un salvator della patria che ben presto cade in disgrazia, a causa della figlia del re). Non male, per un’opera che finora è sempre stata classificata come un raccogliticcio centone …   Foto Amati-Bacciardi © ROF