Pesaro, 42º Rossini Opera Festival 2021: “Elisabetta regina d’Inghilterra”

Pesaro, Vitrifrigo Arena, Rossini Opera Festival, XLII Edizione
“ELISABETTA REGINA D’INGHILTERRA”
Dramma per musica in due atti di Giovanni Schmidt
Musica Gioachino Rossini
Elisabetta KARINE DESHAYES
Leicester SERGEY ROMANOVSKY
Matilde SALOME JICIA
Enrico MARTA PLUDA
Norfolc BARRY BANKS
Guglielmo VALENTINO BUZZA
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Coro del Teatro Ventidio Basso
Direttore Evelino Pidò
Maestro del Coro Giovanni Farina
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Nicolas Bovey
Video design D-Wok
Nuova coproduzione Rossini Opera Festival e Teatro Massimo di Palermo
Pesaro, 21 agosto 2021
Elisabetta regina d’Inghilterra è il titolo con cui Rossini conquistò il pubblico del Teatro San Carlo di Napoli nel 1815, innovando la struttura dell’opera seria (a lieto fine) e dimostrando di avere la maturità artistica necessaria per affrontare la «maniera grande» richiesta dal soggetto, dal teatro e dai suoi committenti. Il nuovo allestimento, coprodotto dal Rossini Opera Festival e dal Teatro Massimo di Palermo, piace molto al pubblico pesarese e convince quasi tutti, sia sul piano musicale sia su quello visuale. Come nel caso di Moïse et Pharaon, si registra un’ottima intesa tra concertazione e regia, orientata a valorizzare la freschezza di uno stile musicale rossiniano relativamente nuovo, applicato a un soggetto apparentemente stantio, come gli amori di Elisabetta I sacrificati alla ragion di stato. Grazie alla direzione di Evelino Pidò, alla testa dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, anche i semplici momenti di collegamento tra scene, le marce e le progressioni costituiscono un bouquet di colori e di varietà dinamica molto raffinata. In altre parole, il direttore declina quella «maniera grande» che Rossini tocca con questa partitura per mezzo del colorismo e della trasparenza delle sonorità. Quello della protagonista femminile dell’opera è un carattere stilizzato, ma soggetto in extremis a una radicale variazione etica: se nel I atto si presenta con la stessa attitudine della Didone metastasiana, di cui cita quasi alla lettera la presentazione («Son regina e amante», xiii), al termine del dramma si esprime ormai come le omologhe eroine di Donizetti, a segnale dell’opportunità di rappresentare diversamente il potere monarchico anche sui palcoscenici teatrali  («Fuggi amor da questo seno, | non turbar più il viver mio. | Altri affetti non vogl’io | che la gloria e la pietà»). Non per questo l’interprete dell’Elisabetta rossiniana deve atteggiarsi a personaggio romantico, appassionato o in preda ai languori; il soprano Karine Deshayes conserva infatti i tratti tipici dello stile neoclassico, capace di esprimere ogni sentimento con la forza della voce e del virtuosismo musicale. Ci riesce, soprattutto con la finezza della linea di canto e la bellezza del timbro (che si modifica appena in corrispondenza degli acuti). La affianca Sergey Romanovsky, di casa al ROF dal 2017 (Néoclès in Le siège de Corinthe), nella parte dell’amato Leicester: un buon tenore, molto corretto (a parte la dizione e un certo gusto per i portamenti nei recitativi e nel declamato, non sempre apprezzabile). Salome Jicia interpreta Matilde, la figlia di Maria Stuarda e segreta sposa di Leicester, anche se in questo ruolo sembra meno a suo agio che nella Semiramide del 2019: l’emissione è un po’ affannata (e non certo per i trasporti emotivi del personaggio), le agilità non sono naturali e lo stile dovrebbe essere più elegiaco. Il numero musicalmente più bello, comunque, è il terzettino del II atto, in cui i due soprani gareggiano vocalmente: anche se i timbri non sono tra loro lontanissimi (più chiaro quello di Elisabetta), la differenza consiste nella finezza del porgere, che è la vera cifra della Deshayes, vincitrice del confronto. Barry Banks (altro debuttante al ROF) ha la sfortuna di confrontarsi con un impervio ruolo tenorile scritto da Rossini per Manuel García: le difficoltà della tessitura si fanno percepire negli acuti che suonano forzati, ma anche nella fragilità dei centri, sfocati; da ultimo, il vibratino della voce non ne accresce certo l’apprezzamento. Corretti il mezzosoprano Marta Pluda e il tenore Valentino Buzza, rispettivamente nei ruoli secondari di Enrico e Guglielmo, entrambi debuttanti al ROF. La regia di Davide Livermore, che a Pesaro raggiunge il suo quinto allestimento (iniziò al ROF come regista di Demetrio e Polibio nel 2010), è abbastanza composita nelle forme e nelle strutture, ma tutto sommato si mantiene coerente con il tentativo di rispecchiare le variegate situazioni del libretto. Anzi, dal momento che negli ultimi anni Livermore si è dimostrato sempre più attento alle sottolineature storiche delle opere che mette in scena, è probabile che i numerosi tocchi di leggerezza e di ironia – soprattutto nella gestualità dei figuranti – si debbano intendere come un’allusione alla carriera giovanile di Rossini operista comico, autore di fortunate farse e innovatore (ancora) del ritmo e delle forme del melodramma buffo nei primi decenni dell’Ottocento. A dire il vero, la riflessione storica più evidente è l’identificazione dell’Elisabetta I del libretto con Elisabetta II e la sua corte, di cui si riconoscono lo stile, l’acconciatura, perfino gli occhiali usati per trasmettere i tradizionali messaggi televisivi agli adoranti sudditi britannici … Di conseguenza, la scenografia di Giò Forma alterna poltrone e divanetti bianchi ancorati a terra o sospesi nell’aria e reticoli o paratie, a seconda che l’azione si svolga presso la sala del trono o nel carcere di Leicester. Ma, oltre alla potenza del cromatismo nei costumi di Gianluca Falaschi, sempre molto accurati, è un altro il tratto latente e saliente della regia: la predominanza del rosso acceso o del nero nei colori delle videoproiezioni di D-Wok, funzionale a esprimere la sofferenza per l’ingiustizia subita. In effetti, nell’Elisabetta regina d’Inghilterra tutti credono – a ragione o no – di essere vittime di una tremenda ingiustizia: la regina, negli affetti non ricambiati e nel tradimento; Leicester, dell’ingratitudine; Matilde ed Enrico, della vendetta politica; Norfolc, della mancata riconoscenza di Elisabetta e per la sua mancata carriera … In questo senso, la magnanimità delle «bell’alme generose» del finale, che risolve tutto, è l’unica soluzione, teatralmente economica quanto idealistica, per porre fine ai conflitti e all’incomprensione tra gli esseri umani.   Foto Studio Amati Bacciardi